Prologo

Mi chiamo Giorgio. Sono nato in Calabria, nella terra che secoli fa era la Magna Grecia: una grande cultura agli albori del mondo.

Da sempre grande appassionato di liquori artigianali e di storia, ho una profonda ammirazione per la cultura nordica.

Da ragazzo, spendevo tutto ciò che avevo pur di acquistare qualche bottiglia mai vista e, per capire come era fatta, cercavo di parlare con chi l’aveva creata e carpirne i segreti.

Da giovane, impiegavo il tempo leggendo la saga di Eirik il Rosso, e mi chiedevo come avesse mai potuto fare un vichingo di più di mille anni fa a scoprire l’America, e purtroppo non ottenerne alcun credito…

Da adulto, studiavo e mettevo in pratica le antiche tecniche di fermentazione con esperti degli Stati Uniti – solo per accorgermi, dopo anni, che anche la più forte delle fermentazioni non era abbastanza forte per me.

Insomma, un autentico fanatico di liquori!

Poi un giorno ho incontrato Anna, splendida donzella, nata in terra calabra come me e appassionata delle storie e dei miti della nostra terra natale – con una particolarità: Anna ha un aspetto differente rispetto alla media di quest’area geografica. La sua pelle chiarissima, il fisico coraggioso e il colore lievemente rossiccio dei suoi capelli risultano alquanto insoliti e affascinanti per le coste mediterranee.

L’amore che sboccia dal nostro fortunato incontro può suonare fin troppo scontato, se non fosse per due piccoli particolari.

Anzitutto, la dolce Anna nasce in seno a una famiglia di apicoltori da ben tre generazioni, che di miele se ne intendono… Ma la cosa più interessante è che le nordiche fattezze di Anna sono dovute a una sua bisnonna di origine normanna, giunta in terra di Calabria quasi un secolo e mezzo fa.

Da alcuni anni, avevo imparato a fare idromele con il metodo di fermentazione antico, ossia senza alcun utilizzo di lieviti né di prodotti chimici di alcun tipo – tuttavia ne ero rimasto parzialmente insoddisfatto: pur essendo piuttosto gradevole, il processo per ottenerlo era instabile e il risultato finale piuttosto “leggero”, superando raramente i 12 gradi…

Immaginate allora quale lampo di cùpido interesse si accese in me nell’apprendere che la suddetta ava normanna aveva lasciato alla bella Anna la ricetta di un’antichissima bevanda!

Com’è nato il nostro Elisir

Purtroppo però la ricetta non funzionava.

I primi esperimenti furono tutt’altro che riusciti: solo procurarsi le materie prime adatte risultò molto complicato – è sorprendente la quantità di ingredienti scadenti che circolano.

La ricetta poi era piuttosto precisa sul COSA utilizzare, ma decisamente meno sul QUANTO utilizzarne: un’informazione assolutamente fondamentale…

Certo, si può sempre andare per tentativi. Ma, trattandosi di alcolici, dovete sapere che anche una variazione davvero minuscola può cambiare il risultato finale, e addirittura ribaltarlo completamente. Persino il più semplice dei liquori impiega diversi mesi per essere pronto.

Facendo quindi un rapido calcolo del tempo necessario per il numero di combinazioni possibili, si ha un’idea molto più chiara della difficoltà del processo. Questo era solo l’inizio…

La scoperta

Dopo ripetuti insuccessi, mi convinsi che la ricetta era irrealizzabile – nessuna combinazione, nessun tentativo sembrava riuscire.

Cambiai qualità di ingredienti, acquistando anche i più rari e costosi. Invertii le proporzioni tra essi, sperimentai elementi aggiuntivi, e attesi anche molto a lungo oltre i normali tempi di riposo e invecchiamento. Nulla.

Sebbene alcuni miglioramenti nel processo di fermentazione avevano dato risultati gradevoli, finivano sempre per essere troppo blandi o troppo dolci, ben lontani da quella bevanda forte e vigorosa che si celava tra quelle righe scarabocchiate più di un secolo prima. A ogni nuovo tentativo sembravo essere più vicino al successo del precedente, ma finivo solo per infrangermi su una frustrazione più grande.

Dal 2013 al 2017, cercai ispirazione ovunque, tanto nella tecnica di altri storici fermentati quanto nelle più profonde pieghe della storia norrena.

Finché un giorno, sfinito ma non vinto, mi fermai per dare ascolto all’antica saggezza, quella tramandatomi dalla mia amata Anna, divenuta mia moglie nel frattempo, che per tutto il tempo era rimasta fedelmente e orgogliosamente al mio fianco, come una vera Valchiria.

Mi disse un proverbio che alle mie orecchie suonò più o meno così: “Il tratto più difficile è il primo fuori dalla porta”. La sua bisnonna normanna usava dirlo spesso. “Dørstokk-mila er den lengste mila” è in effetti un antico proverbio norvegese: “Il miglio fuori dall’uscio è il miglio più lungo”.

I guerrieri Vichinghi lo sapevano bene, quando più di mille anni fa partivano coi loro temuti Drakkar alla volta di terre lontanissime e sconosciute: la fase più difficile di qualunque impresa era sempre la partenza.

Avete presente quel momento ideale, in cui tutti gli elementi che avete in mente si incastrano come in un puzzle, formando un disegno perfetto? È l’intuizione di Sherlock Holmes, l’eureka di Archimede, il “momentum” – lo slancio degli antichi romani. I Vichinghi, e soprattutto i loro figli Normanni, avevano imparato pazientemente ad attenderlo per sfruttarlo al massimo.

La soluzione, alla fine, veniva sempre da loro: i Normanni. Con i loro viaggi, la loro audacia, le loro conquiste e… le loro donne.

Esatto, proprio così: quando giunsero fin dalla lontana Normandia nella mia terra natale, i Normanni erano quasi esclusivamente uomini. Essi giunsero in questa terra per ottenere fortuna, fama e… accasarsi: forse ad affascinarli non era stata solo la bellezza della terra, dopotutto.

Le donne e l’unione di due mondi

Nella cultura norrena la creazione delle bevande era in mano alle donne.

Sappiate infatti che la fermentazione, come detto, è inevitabilmente un processo lento, volubile e delicato, considerato presso i popoli nordici alla stregua di una vera e propria magia – ignorando totalmente la moderna microbiologia, essi credevano che il processo fosse opera di minuscoli esserini magici, che opportunamente invocati presso il focolare domestico, trasformavano comuni ingredienti in incredibili bevande alcoliche.

Ovviamente nessun vichingo avrebbe mai avuto la pazienza di curare un simile procedimento per tutto quel tempo, e crearlo mentre erano in giro per il mondo sarebbe stato assolutamente impossibile. Ragion per cui, di norma, essi dovevano aspettare di poter tornare a casa per potersene deliziare. Al massimo portavano con sé qualche piccolo barile.

Ma i Normanni che vennero in queste terre non portarono barili con sé, e finirono quasi tutti per sposare donne del posto, che nulla sapevano dell’antica arte nordica della fermentazione.

Eppure essi continuarono a bere la loro bevanda, tanto da tramandarla nei secoli… com’era possibile?

È probabile che col passare del tempo, oltre alla propria dieta, essi avessero cambiato anche i propri gusti, approfittando della facilità con cui era possibile ottenere da questa terra dell’ottimo vino – come è plausibile che, almeno inizialmente, importassero il loro prezioso idromele direttamente dalla madrepatria.

Ma, considerando quanto quegli uomini fossero curiosi e adattabili, è assai più probabile che essi avessero voluto provare una nuovissima tecnica, rivoluzionaria per il tempo, e che si stava sperimentando proprio in quegli anni e in quei luoghi: l’infusione alcolica.

Esatto, uno dei più noti metodi per creare liquori, artigianali e non, nasce per la prima volta in Italia, e precisamente a Salerno, proprio intorno all’anno mille, dopo la fondazione della celebre Scuola Medica Salernitana – e non c’è da sorprendersi, visto che i primissimi infusi alcolici, gli amari, nacquero in realtà come rimedi per i più svariati malanni.

A poco a poco però, i monaci e i medici che li provavano si resero conto che in fondo, se opportunamente modificate, quelle preparazioni potevano anche risultare molto piacevoli da bere… e curare così anche l’animo. Certo, ci sarebbero voluti ancora diversi secoli prima che si parlasse di “liquori” in senso proprio.

Ma, tornando al nostro elisir, a voi sembrerebbe una mera coincidenza se vi dicessi che la moglie del più grande conquistatore normanno, Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo, fu una principessa (e che principessa!) che per molti anni studiò medicina proprio presso quella stessa scuola salernitana?!

Forse no! E ancora meno alla normanna che avevo al mio fianco.

Epilogo

Negli anni seguenti, entrambi ci dedicammo alla creazione di un metodo ibrido: una sintesi, proprio come allora, tra due mondi e due metodi diversi.

Scoprimmo con grande soddisfazione che l’antica ricetta normanna, vista nella nuova ottica, dava risultati migliori fin da subito: a ogni nuovo passaggio ottenemmo una bevanda sempre più forte, rinvigorente, da poter portare agevolmente anche nel più lungo dei viaggi.

Un’ambrosia capace tanto di scaldare l’animo nelle gelide notti di tempesta, quanto di rinfrancarlo dal più torrido giorno di battaglia.

Non più una bevanda per tutti, ma un prezioso elisir vichingo, da serbare gelosamente, con cui brindare alla vittoria di conquistatori antichi o presenti.

Per noi Viking Elisir è semplicemente più di una bevanda.

È una conquista.

Non si produce, si ottiene.

Non si compra, si guadagna.

Riscoprirlo è riscoprire l’incontro tra due mondi diversi oltre mille anni fa.

È una Storia, con la S maiuscola, che ritorna viva… servita solo per voi nei vostri calici.

È un concentrato di tutti i tesori che possono nascere solamente da una terra così ricca e prospera, perché rimasta assolutamente incontaminata, esattamente come la videro i Normanni – così bella e così ricca da amarla e volerla subito conquistare.